A giustificazione del titolo possiamo esordire qualificando lo shiatsu come un “dialogo fra tatto interno e tatto esterno”; e subito, probabilmente, la comprensione del senso letterale dell’espressione, in assenza di competenze specifiche, si sospenderebbe in attesa di un chiarimento.

Tatto esterno e tatto interno

Leggendo “tatto esterno” non dovrebbero nascere grosse difficoltà interpretative, nel senso che istantaneamente la mente correrebbe verso le esperienze del contatto con oggetti che quotidianamente, appunto, “tocchiamo”.

Quando leggiamo invece “tatto interno”, la comprensione si fa meno logica e l’espressione acquista subito per noi un connotato quasi poetico, il che vuol dire che, per coglierne un significato, facciamo istintivamente appello alle nostre capacità immaginative. Ma se poi le due espressioni le mettiamo in dialogo, cioè se creiamo un ponte fra un’affermazione che consideriamo razionale ed un’altra che invece consideriamo intuitiva, la faccenda un po’ si complica.

Pensiero logico o analogico?

La tendenza potrebbe essere allora quella di sbilanciarci verso un pensiero logico piuttosto che analogico e viceversa; convocando cioè solo elementi chiaramente razionali, come per esempio l’interocezione e l’esterocezione, ovvero affidandoci totalmente ad una lettura intuitiva, poetica.

Nel primo caso la traduzione che tenteremmo di dare a questo dialogo sarebbe più di ordine biologico (o bio-funzionale), intendendo, dal punto di vista pratico, l’esterocezione come cercare di capire attraverso i sensi cosa sta succedendo fuori, nell’ambiente che ci ospita, mentre l’interocezione, al contrario, ciò che sta succedendo dentro, nell’organismo.

Queste due percezioni ovviamente dialogano, perché l’interno reagirà sempre all’esterno (e viceversa!). Nel secondo caso invece potremmo fare ricorso all’esperienza, ammettendo cioè di aver più volte, nel corso della nostra vita, colto dei ‘collegamenti’ fisici fra l’ambiente e ciò che consideriamo noi, con una sorta cioè di risonanza interna; la via sarebbe quindi quella dell’arte, perché considerata l’unica in grado di cogliere e comunicare le sfumature “invisibili” dell’esistenza.

In buona sostanza però stiamo parlando della stessa capacità percettiva, che in un caso è rivolta all’esterno nell’altro all’interno. Il fatto che sul ‘tatto interno ’ possiamo trovare minor appigli intellettuali, è quindi solo una questione culturale, ovvero non siamo abituati a farlo, cioè l’esperienza non è sistematica, e sistematicamente spiegata, come col   ‘tatto esterno ’.

Questa breve affermazione forse ci aiuterà a comprendere il perché lo shiatsu abbia riscosso un certo successo fin dal suo primo esordio nella nostra società: ha risvegliato in noi “bisogni di contatto” sopiti.

Dialogo tra tatto interno e tatto esterno

Ma se ci fermassimo qui interromperemmo un processo di analisi utile, mantenendolo su un piano cioè squisitamente teorico, senza coglierne la potenza nel contesto dell’esistenza. Per arrivare a ciò dovremmo porci delle domande fondamentali: cosa ci possiamo fare con questo dialogo? Mi basta sapere che c’è?

Il solo orientare l’attenzione verso possibili risposte ha il grande pregio di aprire un percorso riflessivo verso una possibile integrazione fra le due modalità, ovvero facendo tesoro dell’esperienza traducendola in concetti che possano aiutarci ad utilizzarla, o per dirla in termini più consoni: mettendo in dialogo due modi di pensare, quello logico razionale con quello analogico intuitivo. Ed ecco un’altra giustificazione al titolo.

Lo shiatsu offre un’esperienza che ha in sé questo dialogo, che contiene cioè di per sé entrambi gli elementi di questo apparente dilemma, e può pertanto essere considerato come un ‘ponte’ naturale. Con questo articolo proverò a dare maggior fiato a queste affermazioni.

Lo shiatsu e i sistemi viventi

Prima di tutto chiariamo che lo shiatsu ha verso i sistemi viventi (nell’accezione di Ludwig von Bertalanffy) [1] un approccio sistemico e non lineare, finalizzato cioè a sostenerne il continuo processo autopoietico di ribilanciamento. Secondo Bertalanffy i sistemi viventi hanno due proprietà fondamentali:

  • Conservazione biologica: ovvero evolversi attraverso la capacità di adattarsi all’ambiente e quindi di cambiare (allostasi e omeostasi);
  • Proprietà di comunione: che si può sintetizzare nell’espressione di Fritjof Capra [2] “Anche se siamo in grado di discernere singole parti in qualsiasi sistema, la natura del tutto è sempre diversa dalla mera somma delle sue parti”.

Lo yin e lo yang

Gli antichi cinesi, padri delle filosofie maggiormente di riferimento per le discipline orientali come lo shiatsu, avevano colto questa capacità in ogni fenomeno dell’universo, dal macro al micro, e l’avevano  sintetizzata nella oscillazione Yin/Yang, la quale esprime una tensione dinamica fra polarità opposte (ma non contrapposte) e complementari, quindi mai statica ma in continuo divenire.

Tutte le pratiche successive a questa concezione (che la tradizione cinese fa risalire ai ‘primi astronomi’, ovvero addirittura al III secolo A.C. [3]) sono state costruite nel rispetto di questa oscillazione, ovvero nella capacità di far dialogare l’esistenza dell’uomo con questa tensione dinamica che lo mantiene in vita, dentro e fuori di lui. L’apice di questa ricerca la si può attribuire al Taoismo.

I cinesi, ma anche il Buddha, avevano colto, senza l’uso di tecnologie bensì solo grazie a straordinarie capacità percettive (la straordinarietà non era un dono divino ma frutto di una costante pratica di consapevolezza del corpo-mente), che l’universo è un infinito campo energetico, e ogni fenomeno al suo interno ne rappresenta una declinazione, dal macro al micro, con elementi di coerenza distintivi ma allo stesso momento collegati da una infinita rete di interconnessioni (l’universo, l’essere umano, la pianta, gli animali, sono distinti ma interconnessi).

Quando due sistemi energetici entrano in relazione la loro energia viene stimolata su vari livelli a seconda della via sensoriale (udito, tatto, gusto, ecc.).  Lo shiatsu lavora prevalentemente sulla percezione corporea.

Percezione e filosofia buddista

Proviamo adesso ad approfondire il concetto di percezione secondo la filosofia buddista (anch’essa di riferimento nella c.d. “scienza dello Shiatsu”). Secondo gli insegnamenti del Buddha (che non vanno accettati per fede ma vanno esperiti) la volizione orienta la coscienza, che attiva la percezione della sensazione.

Ma quando parliamo di volizione [4] non ci riferiamo solo alla volontà conscia che è alla base delle nostre azioni, bensì ad una forza che nella stragrande maggioranza dei casi sfugge al nostro controllo, e che orienta in modo inconsapevole il nostro agire in ogni istante della nostra vita.

Prima di tutto è importante precisare che, sempre secondo la filosofia buddista, non esiste una sola coscienza, bensì una per ogni senso, ed inoltre i sensi non sono cinque, come comunemente siamo abituati a pensare, ma sei, in quanto anche la ‘mente’ è un senso, che è in grado di percepire le forme mentali (idee, pensieri…).

Percezione: l’esempio della lettura

Proviamo ad esplorare il concetto con un esempio: mentre noi stiamo leggendo un libro (come questo articolo!), siamo stimolati su più vie sensoriali: “tocchiamo” il libro, “guardiamo” il testo, “pensiamo” a quello che stiamo leggendo.

L’attenzione si focalizza là dove la coscienza attiva la percezione: mentre siamo totalmente assorbiti dalla lettura per esempio non abbiamo più ‘coscienza’ del fatto che stiamo anche toccando il libro. In quel momento la volizione sta orientando la coscienza esclusivamente sulla percezione mentale in funzione del testo.

Nel corso della lettura però siamo continuamente bombardati da stimoli sensoriali, che arrivano dall’esterno (un rumore, un profumo), o dall’interno (idee, sensazioni fisiche), se non li percepiamo vuol dire che la nostra concentrazione è alta (la volizione è ferma sulla percezione mentale del testo), se viceversa li percepiamo allora in quel preciso momento vuol dire che stiamo sospendendo la percezione mentale sul testo perché si stanno attivando altre coscienze, che ci fanno percepire altre sensazioni, che, in relazione alla lettura, possiamo considerare distrazioni. Noi non “volevamo” che ciò accadesse, eppure è accaduto, ed accade continuamente.

Spesso e volentieri siamo costretti a rileggere un passaggio del testo, perché lo guardavamo ma non lo percepivamo più, in quanto stavamo pensando a nostre idee o addirittura percepivamo stimoli provenienti dall’ambiente. È solo la percezione che ci fa conoscere il fenomeno, quindi mentre sospendiamo la percezione, smettiamo di conoscerlo. Rendercene conto rinforza la volizione, che altrimenti orienta le varie coscienze sensoriali senza sosta (perché come dice il Buddha, l’essere umano è assetato di sensazioni), portandoci continuamente “altrove” rispetto al momento presente. La capacità di concentrazione, cioè di focalizzare l’attenzione sul fenomeno che stiamo ‘osservando’, è una qualità che cresce in funzione delle pratiche di consapevolezza che adottiamo (per esempio attraverso la meditazione).

Quando detto accade puntualmente anche quando stiamo parlando con qualcuno, ma anche, e qui veniamo allo shiatsu, mentre stiamo toccando una persona.

La percezione nello shiatsu

Quando detto accade puntualmente anche quando stiamo parlando con qualcuno, ma anche, e qui veniamo allo shiatsu, mentre stiamo toccando una persona.

Mentre stiamo facendo una pressione shiatsu (ma questo vale per tutte le discipline corporee), in pratica è come se stessimo leggendo un libro, solo che la priorità dell’ascolto va alla percezione tattile. Riuscire a rimanere concentrati sviluppa la capacità di percepire la reazione che si attiva quando i due campi energetici (l’operatore e il ricevente) entrano in contatto. In gergo la reazione di cui parliamo viene chiamata “risposta”, e anche se i criteri operativi usati per attivarla varia da stile a stile, la presenza mentale è sempre determinante nel qualificarla.

Un recentissimo studio ha dimostrato come l’attenzione tattile dell’operatore (nella fattispecie si parlava di osteopatia) determina gli effetti del tocco continuato sulla connettività funzionale del cervello del ricevente. [5]

Più precisamente, l’operatore shiatsu attraverso la pressione propone un modello energetico di riferimento più armonico al sistema energetico del ricevente, il quale a sua volta reagisce; questa relazione che viene quindi ad instaurarsi fra operatore e ricevente qui la chiamiamo “dialogo”, nel senso che l’operatore non impone un proprio modello, bensì lo propone, e il sistema che lo riceve sarà in grado quindi di accoglierlo in funzione delle proprie capacità, quanto più la proposta sarà coerente col bisogno del ricevente, tanto più questi l’accoglierà. Ma la coerenza della proposta dipenderà esclusivamente dalla capacità percettiva coinvolta, a cominciare dall’operatore. A questo punto è intuitivo comprendere che un “tocco distratto” potrà risultare eccessivo (doloroso) o insufficiente (frustrante).

Lo shiatsu e l’oggetto del percepire

Ma a questo punto è importante porre un’ulteriore domanda di approfondimento: quando parliamo di ‘oggetto da percepire’ a chi o cosa ci riferiamo? Verrebbe da rispondere: il corpo del ricevente. E lo diremmo sempre in conseguenza delle nostre abitudini culturali, citate in apertura di questo articolo, che ci portano continuamente a sbilanciare la nostra attenzione all’esterno piuttosto che all’interno. In realtà mentre tocchiamo un’altra persona, noi non la stiamo percependo direttamente, bensì indirettamente, ovvero ciò che percepiamo è la nostra reazione al tocco dell’altro, perché “ciò che cambia in noi in certo senso è ‘l’altro in noi’.”  (cfr. la Soggettività della percezione di Fabio Zagato [6]).

Ne consegue che la massima attenzione di cui parliamo va rivolta ai cambiamenti, anche minimi (anzi sono quelli che determinano la qualità della pressione), che avvengono nel nostro sistema energetico mentre entriamo in relazione con un altro sistema.  In altri termini: mentre facciamo una pressione shiatsu andiamo a stimolare il sistema energetico del ricevente, rimanendo costantemente agganciati alle nostre percezioni corporee, che ci diranno quando avremo raggiunto il punto di dialogo. Questo ancoraggio percettivo è il modo più “oggettivo” per cogliere le modificazioni energetiche che avvengono in conseguenza del tocco, sottraendoci sempre di più e sempre meglio al rischio di interpretarle confondendole con le nostre idee.

L’oggetto di attenzione primaria quindi diventa il corpo dell’operatore, a partire però dal “potente, strutturato, complesso neuroendocrinoimmunitario” [7] che è l’addome, o secondo cervello o cervello enterico, che gli orientali chiamano Hara (secondo i quali è l’origine della vita).

Quindi per dirla ancora meglio: mentre eseguiamo una pressione shiatsu creiamo un’interferenza nel sistema energetico del ricevente, che viene tenuta in un range ottimale proprio grazie alla capacità di percepire le reazioni del nostro corpo a partire da Hara (che si aprirà o chiuderà, per dirla in termini comprensibili, a seconda della bontà della pressione stessa). Al di fuori di questo range, come già detto, la pressione risulterà insufficiente o all’opposto eccessiva (manipolatoria, forzata, finanche dolorosa).

I meridiani energetici

Se poi pensiamo che alla base dell’azione dello shiatsu ci sono meridiani energetici (o punti a seconda degli stili), che sono collegati a precise funzioni psico-fisiche dell’individuo, è intuitivo comprendere la ricaduta su tutto il sistema. Gli orientali, sviluppando la propria capacità percettiva, hanno elaborato sofisticate tecniche di sostegno alla salute che spaziano su tutti gli ambiti della vita dell’uomo, tracciando delle vere e proprie linee guida costruite in millenni di pratiche, che vanno dall’alimentazione, alle ginnastiche, alle tecniche manuali (lo shiatsu ne rappresenta forse l’evoluzione più recente), alle tecniche di consapevolezza della mente e via dicendo. In pratica furono i primi a cogliere il senso di una “via” che potesse condurre ad un’esistenza etica, ovvero in armonia con l’universo, e quindi promotrice di salute.

Questa “via” (o Dao), nella nostra cultura oggi sta trovando una traduzione nei c.d. “stili di vita” e in quella che viene sempre più comunemente chiamata “salutogenesi”. Tutto quanto detto ovviamente meriterebbe di essere approfondito, ma questo breve articolo spero aiuti lo stesso a comprendere che esistono livelli sconosciuti alle nostre medicine convenzionali, ma che sono abituali per altre filosofie o discipline, che stanno dimostrando un’enorme utilità nel sostegno alla vita in genere, con tutte le ricadute benefiche che ne possono derivare, sia a livello umano che sociale.

Ecco perché lo shiatsu, offrendo un modello di dialogo in grado di sostenere l’integrazione dell’essere umano con se stesso e con l’ambiente, può essere considerato, come detto in apertura, un “ponte” naturale fra le polarità opposte ma complementari della nostra società.

AUTORE: Andrea Mascaro

Operatore e Insegnante Shiatsu

www.shiatsuirte.it

Riferimenti bibliografici

[1] Boff L. e Hathaway M., Il Tao della liberazione, Fazi Editore 2014 p. 346 e seg.
[2] Capra F., Il punto di svolta. Scienza, società e cultura emergenti, Feltrinelli 1990.
[3] Granet M., Il pensiero cinese, Adelphi 2011 (1971) p. 87.
[4] Il Buddha diceva: “…è la volizione che io chiamo Karma. Avendolo voluto, un uomo agisce con il corpo, la parola e la mente”. (Walpola Rahula, L’insegnamento del Buddha, Edizioni Paramita 1984 p. 42).
[5] Cerritelli F., Chiacchieretta P., Gambi F. e Ferretti A.,  Effect of Continuous Touch on Brain Functional Connectivity is modified by Operator’s Tactile Attention. Su Journal of Frontiers in Human Neuroscience 2017.
[6] Zagato F., I meridian Shiatsu  Atlante, Edra Spa 2017 p. XXIII.
[7] Bottaccioli F., Psiconeuroendocrinoimmunologia, Edizioni Red 2005 p. 242

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  • Membro del direttivo nazionale della FISIeO col ruolo di Vice Presidente
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  • Membro della Commissione Nazionale Ricerca Discipline Corporee SIPNEI per lo Shiatsu.