Cos’è la dieta a basso indice glicemico? E serve davvero a stare in salute? Tra i primi studiosi a intuire le criticità di un’alimentazione ricca di zuccheri fu, negli anni Ottanta, il medico francese Michel Montignac.

In quel periodo così economicamente frenetico, l’uso di bevande e merende preconfezionate, in risposta all’esigenza di ottimizzare i tempi dell’alimentazione, ha comportato un corposo picco nella crescita dell’obesità nei Paesi industrializzati, ed anche nelle classi sociali a basso reddito (T. Lobstein, Y. Wang, Worldwide trends in childhood overweight and obesity, in «International Journal of Pediatric Obesity» I, 2006, pp. 11-25).

Cosa si intende per dieta a basso indice glicemico?

Se per dieta a “basso contenuto glicemico” intendiamo la riduzione, attraverso un percorso alimentare, di tutti gli zuccheri, ebbene si rischia di cadere in errore. Perché c’è zucchero e zucchero.

Esistono zuccheri “buoni” e zuccheri “cattivi”. È davvero così? Lo scopriremo. Ci si consenta per adesso un passo indietro. Per indice glicemico s’intende la capacità di un determinato zucchero di alzare la glicemia, cioè la concentrazione di glucosio nel sangue, dopo il pasto e rispetto a uno standard di riferimento.

Per “zuccheri”, sia quelli buoni sia quelli cattivi (ricordate, è vera questa classificazione?), esiste una categoria omnicomprensiva, quella dei glucidi. Essa raggruppa sommariamente i carboidrati semplici, come gli zuccheri semplici (che sono immediatamente bruciati dal metabolismo dopo l’assimilazione) e quelli complessi, che fungono da scorta energetica. I primi sono più semplicemente gli zuccheri propriamente detti (lattosio, fruttosio, zucchero bianco e tutti i derivati), i secondi appartengono, semplificando, all’universo su cui si basa la dieta mediterranea (pane, pasta, riso).

Dieta a basso indice glicemico: intervista al Dott. Stefano Geminiani

Per comprendere queste distinzioni e capire quali sono le motivazioni a favore di una dieta ipoglicemica, Spagyrica si è rivolta al Dott. Stefano Geminiani, nutrizionista in Bologna.

Perché gli zuccheri semplici, quelli cattivi, sono considerati dannosi per la salute?

Io non amo distinguere tra zuccheri buoni o cattivi, non c’è nulla di troppo “cattivo” o di troppo “buono” nel cibo. Tuttavia, è bene precisare che quando il corpo umano assume questo tipo di zuccheri anche nei suoi derivati (i dolci, per esempio) il pancreas si attiva per produrre insulina cercando di abbassare il livello di glicemia nel sangue.

L’insulina ha una sua misura e tende a ricostruirsi molto lentamente per cui, se si eccede con gli zuccheri, il pancreas non riesce a mantenere una produzione di ormone sufficiente.

Quando l’insulina raggiunge un livello insufficiente s’innesta una reazione: il cervello inizia a domandare nuovo cibo perché l’assenza di questo ormone regola anche il senso di sazietà. In sostanza più si assume zucchero semplice più il corpo ne pretende altro, in un circolo vizioso cui bisogna stare attenti.

A quali conseguenze si può andare incontro?

All’obesità certamente, ma anche ai disordini alimentari. Fisiologicamente una dieta ricca di zuccheri può portare a una sindrome metabolica, come il diabete, oppure a una insulino resistenza, ovvero quando le cellule del corpo umano diminuiscono la risposta all’azione dell’insulina stessa.

Le diete “fai da te” possono produrre risultati soddisfacenti?

Se queste si limitano a ridurre dolci, cioccolata, miele e gelati certamente. Credo, però, che qualsiasi percorso alimentare debba avere a corollario un’educazione al cibo e premessa delle considerazioni.

La prima di queste è che il paziente si sottoponga a precisi esami clinici, in questo caso sul livello di glicemia; la seconda, è che questi si rivolga a uno specialista perché ogni percorso alimentare, che sia iperproteico o ipoglicemico, deve essere studiato caso per caso.

Gli integratori alimentari posso aiutare ad abbassare la glicemia?

Certamente sì. E ci sono accorgimenti molto utili: assumere fibre alimentari come verdura e insalata ed inserire fibre nella dieta come la pasta integrale. Va precisato che molti tra cibi che assumiamo oggi sono lavorati e le fibre contenute in essi scarse. È anche utile ricordare che integrare non significa sostituire: occorre equilibrio.

Dr. Matteo Menetti Cobellini

Giornalista professionista

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